Delanoë choc: “Io, socialista e liberale”. La svolta francese

 

“Io, socialista e liberale”. Bertrand Delanoë, sindaco di Parigi, ha dato uno scossone alla sinistra intorpidita transalpina. E lo ha fatto nella maniera più dirompente: un programma di governo che cerca di fondere la tradizione socialista con il modello liberale. E’ iniziato dunque il duplice assalto, al Psf prima e all’Eliseo poi.

Nel saggio intervista “De l’audace” (in italiano potrebbe tradursi con “Coraggio”, Robert Laffont, 290 p, 20 euro), il sindaco parigino disegna i contorni di una sinistra che possa riconciliarsi con i tempi moderni, ereditiera senza complessi del pensiero liberale. Auspicando un nuovo partito socialista fatto da manager e non da burocrati statalisti. Di seguito pubblichiamo un estratto dell’intervista choc che in Francia sta letteralmente infiammando la discussione e facendo sussultare “l’ancien regime du socialisme”. Questa è la sinistra che ci piace, non stereotipata, ma che guarda al futuro con il realismo di chi sa che non è più possibile condurre battaglie ideologiche per partito preso.

 

“Sono sempre stato socialista e liberale. Prima le definizioni non venivano intese nella stessa maniera perché c’erano condizioni che i socialisti francesi non hanno mai potuto tollerare. Primo, il partito di massa che caratterizza il sistema social-democratico e, secondo, il rapporto con i sindacati. In tutte le socialdemocrazie, c’è un’adesione massiccia o al partito o al sindacato, ma poi entrambi collaborano in maniera contrattuale. E’ questo che mancherà sempre in Francia. Se si guarda all’esperienza spagnola, sia quella di Felipe Gonzalez che quella di José Luis zapatero, anche quando c’era conflitto con il sindacato, non è mai venuta mano la collaborazione.

 

Non sono social-liberale: non aderisco a questa corrente di pensiero. Ma lo dico con chiarezza: non rifiuto meccanicamente questo vocabolo, “liberale”. E, in generale, quando lo si applica ad una dottrina politica, credo anche che un militante socialista debba riconoscersi. Quello che è inaccettabile per un progressista è di issare il liberalismo al rango di fondamento economico e sociale, con i suoi corollari: disimpegno dello Stato e libertà economica e commerciale.

 

E’ giunto il tempo che noi smettiamo di aggrovigliarci su una parola, e che noi voltassimo le spalle a questa triste epoca della nostra storia collettiva, che ha visto gran parte della sinistra francese rigettare una Costituzione europea perché sarebbe stata “liberale”. E’ altrettanto assurdo – e, credetemi, non sono ispirato dal gusto del paradosso, ma per quello della verità – che la sinistra che difendo è per sua essenza liberale. Per quanto riguarda il sarkozismo, questo bonapartismo moderato dalla disinvoltura, è profondamente antiliberale. Lo dico e tento di dimostrarlo. Cos’è il liberalismo? E’ una dottrina d’affrancamento dell’uomo, nata nell’Europa degli Illuministi. E’, come indica il nome stesso, una ideologia della libertà, che ha permesso la realizzazione di molte conquiste politiche e sociali. Il principio è semplice: non esiste un’oppressione giusta, non c’è briglia che non deve essere sciolta, non c’è legittimità, tantomeno destino, alla schiavitù. E il liberalismo è allo stesso tempo l’idea che la libertà è una responsabilità, che essere liberi non è fare quello che si vuole ma volere che lo si faccia. In nome di questa eredità intellettuale, quella di Montesquieu, di John Locke, in nome di quelli che hanno saputo scagliarsi contro il conformismo mortale dell’abitudine, io sono liberale. Io sono liberale perché amo la libertà. Per me stesso: ho sempre voluto essere un uomo libero da tutte le potenze e da tutte le dominazioni. E per gli altri: amo i popoli liberi che sfidano il rigore della storia, amo che, tutti insieme, si esprima il desiderio d’avanzare a testa alta verso la strada è stata sovranamente tracciata. E quello che dico per i popoli vale anche per le persone. Ogni individuo ha diritto alla felicità, ed ha diritto a cercarla con i mezzi che ritiene opportuni. Con un solo limite, quello dell’articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che definisce l’idea che mi sono fatto del liberalismo: “L’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo non ha limiti se non quelli che assicurano agli altri componenti della società la gioia degli stessi diritti”. Il liberalismo è dunque una filosofia politica ed io vi aderisco. Sono stati i conservatori che l’hanno assunta al servizio di una ideologia del “lasciar-fare” economico e della perpetuazione delle rendite e dei privilegi di cui beneficiano già. In nome di un principio di libertà, il loro disegno è in realtà quello dell’immobilismo, che prolunga i loro vantaggi e riproduce sempre le stesse ineguaglianze. Io sono dunque liberate E (in maiuscolo nel testo, NdT) socialista”.

 
La destra intelligente è oggi incarnata da Sarkozy. Cosa dice? Discorsi populisti al limite della demagogia. Gli operai sono formidabili, i funzionari sono formidabili, i dipendenti sono formidabili. Ma tutti gli sforzi finanziari dello Stato vanno in altre direzioni, a quelli che non ne hanno bisogni. E’ vero per la fiscalità: la riduzione d’imposta consentite all’inizio del quinquennio presidenziale ha favorito le classi agiate e gli ereditieri particolarmente fortunati, senza alcun effetto per l’economia. Ora lo dico con pacatezza: la sinistra è sempre stata il partito dei funzionari, ovvero degli agenti dello Stato. E questo rimane, non ha da scusarsene: può opporsi con fierezza alla demagogia di un regime che vuole sempre meno funzionari ma sempre più poliziotti e sempre più infermieri. La Gran Bretagna di Tony Blair ha lottato contro la disoccupazione in una maniera in cui tutti i nostri più valenti liberali vorrebbero copiare, ed ha vinto la battaglia creando 1,5 milioni d’impiegati nella funzione pubblica. La sinistra è sempre stata il partito delle tasse: deve avere il coraggio di restarlo.

 

Sarkozy è il continuatore di Chirac. Nel 2012 avrà un bilancio di dieci anni, non di cinque. Per il momento lui è più nella continuità che nella rottura. Dà l’impressione di attivismo, di energia ma è un artifizio. Non contesto l’importanza della comunicazione politica: governare è anche avere dimestichezza e trattare con chiarezza le parole. Ma quando la comunicazione si sostituisce all’azione che una forma di imbroglio. E’ questo che disegna il sarkozismo.

 

Sarkozy non è liberale, lui è conservatore. Lo ha provato a più riprese: statalista, protezionista, impone in tutti i segmenti l’onnipresenza di uno Stato che nello stesso tempo lui cerca di disarmare.

Noi siamo una sinistra di governo. Dobbiamo riflettere alla nostra maniera ed alla nostra maniera dobbiamo risolvere i problemi dello Stato. Per vincere dobbiamo essere credibili, non realizzeremo mai le riforme sociali ed ambientali di cui necessitiamo se non imporremo una gestione rigorosa e energica. Noi dovremo essere dei managers. Dei manager del cambiamento, della riforma del dialogo sociale, dei manager dello spirito. Ma pur sempre dei manager”.

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