Alessandro Campi

Docente di Storia delle dottrine politiche al dipartimento di Filosofia dell’Università di Perugia, saggista (è autore di studi e volumi sulla destra, sul fascismo e sulla tradizione del “realismo politico”) e giornalista (collabora con L’Indipendente e Il Foglio), direttore scientifico della fondazione Farefuturo, consulente di diverse case editrici (da Rubbettino a Costantino Marco), componente del comitato di direzione della rivista Ideazione.

Professor Alessandro Campi, come fa a conciliare tutti questi impegni?

«In realtà, si tratta di variazioni sul tema. Il lavoro intellettuale, se non vuole ridursi a semplice routine, non può procedere a compartimenti stagni. Pur insegnando all’università, non mi sono mai sognato di limitare il mio impegno culturale alla sola attività cosiddetta “scientifica”. Che nel caso dell’Italia significa spesso scrivere libri per poche decine di persone avendo come obiettivo principale i concorsi universitari. La battaglia delle idee, se presa sul serio, deve essere combattuta a tutto campo e con ogni mezzo. Dal mio punto di vista, l’attività sul versante editoriale, grazie alla quale ho contribuito alla diffusione in Italia di autori quali Pierre Manent, Hans Morgenthau, Julien Freund, Raymond Aron, il Pessoa “politico”, è altrettanto importante del lavoro come organizzatore culturale, così come considero gli interventi di tipo giornalistico un complemento necessario della ricerca accademica».

Cosa ne pensa del concetto di network applicato alla politica?

«Mi sembra fondamentale, specie oggi che i partiti hanno perso le caratteristiche organizzative di un tempo, quando erano in grado di gestire dalla politica culturale alla formazione dei militanti, dai rapporti con le categorie economiche all’attività di governo, dalla rappresentanza degli interessi sociali al tempo libero delle persone. Oggi la politica non è fatta solo dai partiti e dagli organismi da essi direttamente controllati. Tantomeno può essere affidata esclusivamente alle capacità demiurgiche del solo leader. Oggi, per fare politica in modo davvero vincente e innovativo, occorre mettersi in rete con la società, aggregare forze ed energie, valorizzare i talenti al di là delle logiche di appartenenza».

Come si può “fare squadra” in maniera davvero disinteressata? Solitamente ognuno pensa prima di tutto al proprio orticello…

«Fare da sé e per sé rappresenta un antico vizio italiano, frutto della nostra inclinazione anarchica ed eccessivamente individualistica. Si dovrebbe invece capire che collaborare con gli altri, fare gioco di squadra, non significa rinunciare alla propria individualità e ai propri – legittimi – interessi, che anzi possono essere meglio esaltati e valorizzati proprio dal lavoro comune in vista di un unico obiettivo».

Da storico prima e da politologo poi, come definirebbe l’epoca che stiamo vivendo?

«Un’epoca per molti versi confusa e contraddittoria, ma ricca di sfide storiche, nella quale stanno maturando profonde trasformazioni, che merita di essere vissuta con partecipazione e intensità. Oggi c’è molto disincanto, ma al tempo stesso si registra, soprattutto nelle generazioni più giovani, un bisogno forte di valori e certezze. Al tempo stesso il conformismo e la massificazione dilaganti mi sembrano fortunatamente contrastati dalla voglia che molti hanno di distinguersi dal branco, di non cedere alle verità troppo scontate. E’ un’epoca nella quale non mancano gli “spiriti ribelli”, disposti a marciare controcorrente».

In che senso?

«Se è vero che la globalizzazione rischia di creare un mondo sempre più uniforme, chi ha a cuore la libertà deve allora battersi per contrastare la deriva verso l’omologazione universale. Il che appunto significa rifiutare qualunque forma di “pensiero unico”, andare oltre la contingenza e l’effimero che ci rende tutti eguali alla ricerca di valori fondanti forti».

Per il centrodestra il partito unico può essere una soluzione?

«Con la nascita del partito democratico, il partito unitario del centrodestra diventa per molti versi una necessità. L’importante è non costituirlo sulla base di una semplice sommatoria di identità, ognuna delle quali peraltro gelosa della propria differenza. Un eventuale soggetto unitario deve nascere da un progetto e una visione, da un disegno politico di largo respiro. Altrimenti meglio mantenere l’attuale sistema di alleanze».

Dovendo scegliere un leader tra gli attuali protagonisti, a chi consegnerebbe lo scettro del centrodestra?

«Un vero leader lo scettro deve conquistarselo da solo, non può vederselo assegnato da qualcuno. È questo il bello della lotta politica, che non è – come sembra talvolta leggendo i giornali italiani – un giochino di società, ma uno scontro di interessi e volontà, nel quale ci sono sempre un vincente e un perdente. E vince, di solito, chi sa darsi una missione di lungo periodo, chi è disposto a correre dei rischi. Berlusconi la sua leadership se l’è conquistata, a suo tempo, sfidando e sconfiggendo la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e poi lottando giorno per giorno contro tutti coloro che l’avrebbero voluto in galera piuttosto che in Parlamento. Fini deve la sua grande popolarità alla caparbietà con cui si è battuto per la nascita anche in Italia di una destra priva di nostalgie. Bossi è diventato un capopopolo battendosi per il federalismo quando tutti lo prendevano per matto. Quelli che oggi aspirano alla guida del centrodestra dovrebbero prima dimostrare di avere le caratteristiche necessarie per esserlo».

Un giochino da storico. Se Napoleone potesse osservare i nostri politici, in chi si identificherebbe?

«L’unico che nell’Italia d’oggi ha la stessa costruzione mentale di Napoleone, una forza di volontà e uno spirito visionario identici a quelli del francese, è indubbiamente Berlusconi. Il primo amava fare la guerra e conquistare territori, il secondo è nato per fare impresa e per conquistare l’etere: ma si tratta di una differenza che si spiega con i cambiamenti di epoca storica e di scala nei valori. Di recente ho scritto un libretto, intitolato proprio L’ombra lunga di Napoleone. Da Mussolini a Berlusconi, che qualcuno ha scambiato per un pamplhet contro il leader di Forza Italia, mentre invece è un tentativo di stabilire un parallelo tra i due sul piano psicologico e caratteriale e per ribadire l’importanza delle grandi personalità nella storia».

Cosa ne pensa dei Circoli del Buon governo?

«Mi sembra un’esperienza innovativa e soprattutto con un radicamento nel territorio autentico e profondo, diversamente da altre iniziative solo in apparenza simili. Un’esperienza che ha consentito di avvicinare i giovani alla politica attraverso un percorso formativo nel quale la cultura, per fortuna, conta più dell’attivismo di partito fine a se stesso. Sono lo strumento migliore per creare una classe dirigente che abbia in testa non solo ambizioni di carriera o di successo personale, che peraltro non meritano di essere biasimate, ma anche una visione dell’interesse generale, un sistema di idee e un retroterra solido di valori e convincimenti».

Un consiglio da dare alle centinaia di ragazzi, molti studenti, che stanno leggendo queste righe?

«Assegnare alla lettura, all’approfondimento culturale, alla battaglia delle idee un posto assolutamente prioritario, diversamente da ciò che hanno spesso fatto in questi anni i partiti del centrodestra. Come si è visto, azzeccare qualche slogan elettorale e vincere alle urne può non bastare. Una volta al potere, occorre anche decidere e fare scelte, possibilmente nell’interesse del Paese. Ma ciò richiede una cultura di governo, frutto a sua volta di opzioni ideali, di programmi ben meditati, di una qualche visione o idea della storia italiana, di valori ben radicati nella coscienza. Senza un limite, bagaglio di idee e principi l’azione politica rischia di essere effimera e fine a se stessa»

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